Vaccinazione Covid: Lo studio che mostra le ragioni della diffidenza. Tra gli esitanti gli elettori di Trump

L'esitazione è apparsa relativamente costante tra coloro che hanno un titolo professionale (come ad esempio Dottori in Medicina, Dottori in legge) o un dottorato

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È stato pubblicato, in pre-print, uno studio dove vengono indicate nel dettaglio le ragioni dell’esitazione a vaccinarsi contro la Covid-19 (negli Stati Uniti d’America).

I dati sono stati raccolti attraverso un sondaggio online sugli adulti statunitensi, in un periodo di tempo trascorso da gennaio a maggio 2021.

La ricerca si intitola “Tendenze temporali, fattori associati e ragioni dell’esitazione al vaccino Covid-19 in un massiccio sondaggio online sugli adulti statunitensi: gennaio-maggio 2021″, in lingua originale: “Time trends, factors associated with, and reasons for COVID-19 vaccine hesitancy in a massive online survey of US adults: january-may 2021”.

Il materiale raccolto si basa sul lavoro supportato da Facebook e su un accordo di cooperazione dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie. Nello specifico il CDC ha fornito solo i finanziamenti, ma Facebook ed i Centers for Disease Control and Prevention non hanno avuto alcun ruolo – chiariscono gli autori – “nella raccolta, gestione, analisi e interpretazione dei dati; preparazione, revisione o approvazione del manoscritto; o decisione di inviare il manoscritto per la pubblicazione”.

I ricercatori scrivono che l’esitazione del vaccino contro il Covid-19 “è diventata una delle principali barriere all’incremento del tasso di vaccinazione negli Stati Uniti”, così hanno voluto capire i fattori chiave relativi ai motivi, che sono stati auto-segnalati, legati all’esitazione vaccinale.

Il sondaggio è stato dunque proposto ai partecipanti, tutti adulti statunitensi, in diverse lingue ottenendo 5.088.772 risposte qualificanti dal 6 gennaio al 31 maggio 2021.

“I dati – affermano gli studiosi – sono stati aggregati per mese”, sono stati inoltre abbinati “all’età, al genere e al profilo statale della popolazione statunitense”.

Altre informazioni hanno riguardato i dati demografici, i fattori geografici, l’ambiente politico legato al Covid, lo stato di salute, le convinzioni ed i comportamenti.

L’esitazione al vaccino Covid-19 è diminuita di un terzo dal 25,4% a gennaio al 16,6% a maggio.

“I fattori di rischio indipendenti per l’esitazione al vaccino – chiariscono i ricercatori – a maggio includevano età più giovane, razza non asiatica, laurea (pari o inferiore a 4 anni), vivere in una contea più rurale, vivere in una contea con una quota di voti per Trump più alta nelle elezioni del 2020, mancanza di preoccupazione per la Covid-19, lavorare fuori casa, non evitare mai intenzionalmente il contatto con gli altri e nessun vaccino antinfluenzale dell’anno passato”.

Le differenze nell’esitazione per razza ed etnia variavano in base all’età, ad esempio gli adulti neri di età inferiore a 35 anni erano più esitanti degli adulti bianchi della stessa fascia d’età, ma gli stessi adulti neri erano meno esitanti se guardiamo agli adulti maggiori di 45 anni.

Le differenze nell’esitazione per età variano in base alla razza ed alla etnia, infatti il 49,2% degli intervistati esitanti alla vaccinazione Covid ha riferito di avere paura degli effetti collaterali, quelli che non si fidano dei sieri per contrastare il Sars-Cov-2 sono il 48,4%. Oltre un terzo dei partecipanti al sondaggio ha riferito di non fidarsi del governo, di non aver bisogno del vaccino e di voler aspettare di vedere se è sicuro.

L’esitazione al vaccino Covid-19 variava dunque anche in base a dati demografici, alla geografia, alle credenze e ai comportamenti.

Lo studio ha registrato questi numeri di flusso di risposte: a gennaio 1.195.650, a febbraio 1.142.195, a marzo 1.209.536, ad aprile 1.015.747, a maggio 525.644 partecipanti.

L’età media delle persone, escludendo le risposte mancanti e prendendo come esempio il solo mese di maggio, oscillava tra i 55 ed i 64 anni, di questi:

  • per quanto riguarda razza/etnia il 16,4% era ispanico, il 69,1% bianco, il 6,5% nero, il 3,6% asiatico, lo 0,8% nativo americano, lo 0,24% isolano del Pacifico e il 3,3% multirazziale;
  • il genere era identificato come maschio per il 45,7%, femmina per il 53,2%, non binario per l’1,1%;
  • il 22,5% aveva istruzione minore o uguale a quella superiore; 41,0% aveva raggiunto livelli di istruzione come la laurea o superiori;
  • i lavoratori retribuiti erano il 56,0%;
  • il 42,9% lavorava lontano dalla residenza.

Per quanto riguarda le specifiche legate alla diminuzione dell’esitazione vaccinale, la ricerca mostra che da gennaio a maggio il divario nella percentuale di esitazione tra alcuni gruppi è diminuita. Le caratteristiche erano riferite alla razza/etnia tra giovani adulti ed ai livelli di istruzione. Le maggiori diminuzioni di esitazione verso i sieri Covid si sono riscontrate in due dei tre gruppi di razza/etnia più esitanti, come ad esempio neri e quelli delle isole del Pacifico (non nativi americani). Mentre a gennaio si è vista una diminuzione di esitazione nei due gruppi di istruzione più fermi nelle posizioni, cioè le persone che avevano un livello di istruzione minore o uguale a quella superiore, insieme a parte di persone che avevano un titolo universitario o superiore.

Scrivono gli autori: “L’esitazione è apparsa relativamente costante tra coloro che hanno un titolo professionale (es. MD, JD) o un dottorato”.

Aggiungiamo quindi che le sigle che leggete MD e JD sono riferite rispettivamente a MD – Medical Doctor e JD – Judicial Law Doctor. Quindi sono i livelli riferiti: 1) al Dottore in Medicina, titolo che dà l’accesso alla professione medica e alle successive specializzazioni; 2) Dottore in Legge, titolo che poi dà l’accesso alle professioni legali, come legale/giurista, avvocato, giudice ed altri.

Gli autori puntualizzano all’interno del testo: “L’associazione tra esitazione e livello di istruzione ha seguito una curva a forma di U con la più bassa esitazione tra quelli con una laurea magistrale, seguiti da quelli con una laurea di 4 anni, poi una laurea professionale e un dottorato. L’esitazione più alta è stata tra quelli con un livello di istruzione minore o uguale a quello superiore o college, rispetto ad una laurea di 4 anni”.

Anche nelle aree geografiche degli Stati Uniti si possono notare alcune differenze, tanto è vero che, seppur simili, le diminuzioni della percentuale esitante nel tempo sono state più basse nelle aree di montagna e più alte nelle aree del Mezzogiorno.

Va detto anche che le persone residenti nelle contee dove si è votato maggiormente per Donald J. Trump (alla presidenziali del 2020) avevano una percentuale di esitazione a vaccinarsi contro la Covid molto più alta.

“Il divario nella percentuale esitante della quota di voto di Trump è leggermente aumentato da gennaio a maggio, con il quartile più alto, che era il gruppo più esitante, con la diminuzione più piccola”, fanno sapere gli autori che aggiungono tra i fattori di rischio per l’esitazione quello vivere in uno stato governato dal Partito Repubblicano e – come già esposto – vivere in una contea con un maggiore sostegno a Trump.

studio esitazione vaccinale covid USA
Esitazione al vaccino COVID-19 per razza/etnia (età 18-34 anni a ), livello di istruzione, regione degli Stati Uniti e contea Trump quota di voto nelle elezioni presidenziali del 2020 tra gli adulti statunitensi per mese (gennaio-maggio 2021)

L’esitazione era più bassa nel genere femminile rispetto al genere maschile, mentre gli adulti non binari avevano esitazione simile ai maschi.

“L’età più giovane e la razza non asiatica (in particolare multirazziale e nativa americana), erano correlate a una maggiore esitazione”, aggiungono gli scienziati.

Altri fattori di rischio legati all’esitazione erano i seguenti: lavoro lontano da casa, cittadini che vivono nel Sud, nel Midwest o in montagna ed in una contea meno urbana.

Specifichiamo che questo studio è una prestampa (detto dai ricercatori “pre-print“) e non è stato sottoposto a revisione paritaria, riporta nuove ricerche mediche che devono ancora essere valutate e quindi non dovrebbero essere utilizzate per guidare la pratica clinica.

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