Riccardo Piatti e le accademie di tennis

Riccardo Piatti e le accademie di tennis

Riccardo Piatti, il coach più rappresentativo della nostra nazione, profondo conoscitore del tennis mondiale, segue il n. 3 del mondo Milos Raonic, semifinalista al Masters di fine anno alla O2 Arena di Londra, con una team fatto di campioni del passato, Carlos Moya, John McEnroe e specialisti del settore sportivo.

Ma se Big Bill Tilden, Nick Bollettieri, Harry Hopman hanno le loro scuole di pensiero, anche il Piatti pensiero é oramai diventato ampiamente diffuso nel circuito internazionale.

Siamo d’accordo con Piatti in quanto consideriamo “l’atleta come uomo e l’uomo come atleta”. Per questo crediamo fermamente che non si possa omologare un gruppo di atleti con differenti caratteristiche motorie e psichiche ad un unico modello di giocatore di tennis, top player.

Ridurre la possibilità di portare campioni nell’olimpo del tennis ad un mero fatto statistico, rimane una forma di business che non guarda all’integrità dell’uomo-atleta e che lascia spazio solo a pochissimi giocatori.

Questo modello di riferimento non si fa carico dell’abbandono di troppi ragazzi che poi scelgono altre strade, trovandosi fuori dal percorso che per loro era stato tracciato.

Ad un certo punto questo metodo può produrre dei risultati concreti e tangibili, e nel corso degli anni forse è stato così, ma diventare campioni non può essere solo un’opportunità di business, seppur frotte di atleti di alto livello giungono presso le strutture sportive, cosiddette “accademie”, con l’obiettivo di raggiungere un unico risultato: portare a reddito l’investimento fatto.

IL TENNIS NON E’ UN INDUSTRIA

Riccardo Piatti e le accademie di tennis

Alcune parole estratte dall’intervista rilasciata al  Corriere dello Sport :

“…Fra i Top Ten di quest’anno riesco a vedere una caratteristica tecnica comune a quasi tutti: tranne Raonic, puntano sulla risposta più che sul servizio. 

«Non credo in realtà che le academy siano in grado di produrre campioni.

Anche gli spagnoli del resto non sembrano più in grado di rimpiazzare un Nadal o un Ferrer.

Djokovic ha una sua storia personale, Nadal fa caso a sé.

La Francia forse è quella che riesce a mantenere un livello medio molto alto, ma se Federer o Wawrinka sono diventati casi forti non è merito di una scuola svizzera.

«Faccio l’esempio di Raonic. Su di lui la federazione canadese ha investito fino a quando aveva 18 anni, poi ha investito di nuovo affidandolo a Galo Blanco.

Ora è lui che investe su me stesso. Può contare su di me, che lo seguo per 35 settimane all’anno, ma anche sull’aiuto di Carlos Moya e John McEnroe, che sono con lui in alcuni periodi.

Se entri nei primi 100, e quindi puoi giocare gli Slam, come minimo guadagni 120.000 dollari all’anno, l’equivalente di quattro primi turni.

Milos penso che quest’anno abbia incassato 4 milioni di montepremi. E ha deciso di investire sulla propria carriera.

Non ha bisogno di stare in luogo ben preciso, in una academy. 

Gli staff dei giocatori più forti si sono allargati molto, forse anche in maniera esagerata, visto che a volte comprendono decine di persone, perché oggi a contare non sono tanto le scuole, mai coach di qualità. E in giro non ce ne sono tanti».

I TOP PLAYER E I CAMPIONI DEL PASSATO

“Il lavoro che fa un ex giocatore è diverso da quello che fa un coach. Il coach pensa in prospettiva: lavora oggi per ottenere risultati fra due anni.

Il campione agisce sul momento, sulla situazione. E va sfruttato per quello che può e sa offrire…

Raonic aveva ingaggiato McEnroe per migliorare le volée, e forse si era illuso di poter “comprare” l’esperienza di John allenandosi con lui.

Ma l’esperienza non la puoi comprare, te la devi fare da solo.

A McEnroe ho chiesto di insistere sull’attitudine agonistica, e al Queen’s è stato come se Milos giocasse in doppio con John, uno dentro e uno fuori dal campo…”

 

Foto raccolte da:

THEITALIANTRIBUNE.IT
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