Siamo nuovamente con lo psicologo Marco Pacori, questa volta per parlare insieme degli effetti della didattica a distanza sui bambini e sugli adolescenti.

Abbiamo posto allo psicoterapeuta alcune domande chiave, relative appunto alla DAD ed all’influenza che questa ha avuto sulle giovani menti.

Marco prima di passare nello specifico alla tua area di conoscenza, potremmo dire che questa DAD ha portato anche ad una relazione discriminatoria (in alcuni casi)?

Beh, questo é riscontrabile nel fatto che l’apprendimento a distanza richiede un accesso costante e affidabile alla tecnologia: un computer con accesso ad internet. Ma non tutti hanno una connessione internet, PC o tablet, e non tutti hanno le sufficienti conoscenze tecnologiche per utilizzare i programmi adottati per la DAD, specie tra i bambini più piccoli. Per altro, se tutti i bambini e ragazzini si connettono contemporaneamente è facile che la linea cada, sia lenta o non ci si riesca a collegare. Poi, se i figli sono due o più, la famiglia potrebbe non avere il numero di computer o tablet adeguati (e disponibile) da assegnare ad ogni figlio.

Alla fine dello scorso anno, tra l’altro (ed in base ai monitoraggi ministeriali), mancavano ancora 283.461 PC, mentre nel frattempo 336.252 alunni non avevano connettività. Ma cosa può accadere in chi si ritrova appunto ad essere senza strumenti per aver accesso, non solo alle lezioni, ma soprattutto a quel minimo di socialità con i propri compagni e con le maestre ed insegnanti?

Nei primi anni di vita, i rudimenti dell’esperienza sociale, detta “socializzazione primaria”, vengono acquisiti all’interno della propria famiglia: il contesto dove i bambini maturano il senso di identità, i valori morali, e acquisiscono il modello di base dello scambio interpersonale. Qui mamma e papà fanno da modelli e da educatori. Nella “socializzazione secondaria”, che coincide con gli ultimi anni di asilo e, soprattutto, con la frequenza della scuola elementare, il bambino apprende, oltre a nozioni e competenze logiche e linguistiche, concetti come l’equità, l’empatia, la solidarietà, la generosità, la cooperazione, il rispetto, ecc.

Ovviamente, questi principi (fondamenta del vivere in società) non verranno mai sviluppati se il suo interlocutore é una maestra che vede attraverso uno schermo. Tanto più se, al di fuori dell’ambito scolastico, il bambino non può giocare o interagire con gli amici a causa delle proibizioni e dei limiti imposti dal Governo (per il contenimento del contagio Covid).

In sostanza, quella che doveva essere principalmente una “scuola di vita”, con la DAD (ma anche con la presenza con mascherine, distanziamento ed inibizione dei comportamenti spontanei, come passare una matita al compagno attraverso i banchi) é diventata un’esperienza asettica ed impersonale, che priva i bambini di naturalezza, spensieratezza e capacità di gioire.

Non credi che la DAD abbia modificato anche “l’offerta didattica”?

La DAD non solo non è “istruttiva”, ma nel programma didattico si tende ad inserire materie, che in una modalità didattica del genere sono inutili (come quella che i bambini chiamano “motoria”, una versione parodistica della ginnastica e dell’educazione allo sport) o malsane, come l’igiene. Quest’ultima non é intesa come l’insegnamento di una corretta cura di sé e della propria salute, ma sono vere e proprie istruzioni per instillare nelle giovani menti una fobia: in pratica, viene insegnato a igienizzare continuamente le mani, ad avere un terrore cieco del coronavirus e allo stare lontani dagli altri per evitare il contagio.

Fino a prima della dichiarazione di pandemia, questo modo dì pensare e queste condotte venivano considerate segno di un disturbo psichiatrico (germofobia); ora, sono lodate, premiate e incentivate.

Un’altra materia che stanno cercando di inserire nel quadro della didattica é l’educazione civica: anche qui non si tratta di rispetto per le regole civili, di favorire l’individualità o far comprendere il valore dell’uguaglianza, ma di “teoria gender”: una teoria che propone che il bambino, alla nascita, non possieda un genere sessuale o che lo possa cambiare secondo le proprie “bizze”. Chi propone questo punto di vista, dimentica che il bambino nasce sessuato: già in epoca fetale, per effetto del testosterone (l’ormone maschile) assume determinati cambiamenti morfologici (come il pene o la vagina) e lo stesso accade al cervello: nei maschietti, l’ipotalamo, il cervelletto e l’amigdala, sono più voluminosi che nelle femminucce; per contro, la circonvoluzione frontale anteriore di sinistra (coinvolta nella produzione del linguaggio) è più estesa nelle femmine.

Stravolgere questa disposizione naturale sulla base di una teoria campata per aria è una vera è propria violenza che si fa al bambino e che lo renderà a serio rischio di incorrere in disturbi di identità, dipendenze o malattie mentali.

Anche gli insegnanti hanno avuto non poche difficoltà in questa situazione decisamente inaspettata, infatti hanno dovuto riorganizzare tutta la metodologia didattica. Qualcuno di loro sicuramente all’inizio ha avuto problemi nello stare al passo con la tecnologia incombente, o no?

La poca dimestichezza con software e computer è un problema per i più piccoli, ma può esserlo anche per gli insegnanti. Un recente sondaggio della OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo Economico) ha rilevato che l’Italia ha la quota più alta di docenti ultra 50enni tra i Paesi dell’Ocse (il 59%). Ha anche verificato che l’Italia ha la quota più bassa di insegnanti nella popolazione di età compresa tra i 25 e i 34 anni (sono solo lo 0,5% del corpo docenti). In altre parole, la generazione di insegnanti che dovrebbe avere confidenza con le nuove tecnologie è praticamente assente da noi; per contro, quasi tutti gli insegnanti rientrano in una fascia che trova ostico l’uso di piattaforme virtuali per l’insegnamento.

Quanto conta la motivazione per far sì che la didattica a distanza, così come l’hanno concepita, abbia un discreto successo?

L’insegnamento non è educazione: la scuola dovrebbe essere per prima cosa un ambiente che favorisca la crescita personale, lo spirito di gruppo e l’autonomia di pensiero. L’educazione, così come è concepita in tempi di emergenza, si trasforma, invece, in una sterile trasmissione di dati. Ovviamente, con questa prospettiva viene a mancare l’unico elemento che è dimostrato proficuo per l’efficacia dell’insegnamento a distanza: la motivazione.

Non possiamo aspettarci che bambini e ragazzini abbiano una passione, un interesse o una capacità attentiva in grado di tenerli incollati al computer per ore, non a giocare, ma a studiare. Questa “spinta” è pressoché “esclusiva” dei giovani adulti, mentre nel corso della vita nelle scuole primarie e secondarie la mancanza di questo sprone é colmata dai richiami dell’insegnante e dalla capacità di quest’ultimo di entusiasmare gli studenti e tenere destra l’attenzione. Ovviamente, questo non è possibile con la DAD, dove il docente non vede gli alunni (se non in riquadri ai margini dello schermo); pertanto, la lezione si risolve in un monologo, per altro anche breve perché la durata delle lezioni è ridotta.

In ogni caso, perfino gli studenti universitari, che hanno un elevato grado di motivazione allo studio, riportano un peggioramento dell’apprendimento con la DAD, questo é stato provato infatti da un sondaggio su un campione di studenti della “Harvard School of Dental Medicine”. Gli studenti coinvolti hanno riferito che nel complesso, il loro apprendimento, con il passaggio all’e-learning, è peggiorato: con il 44% degli studenti che lo definivano “un pò peggiorato” ed il 26% che lo giudicavano “significativamente peggiorato”.

Cosa ha peggiorato la DAD nei ragazzi e nei bambini con disabilità?

L’apprendimento a distanza comporta notevoli disagi per i ragazzi dotati di buone capacità cognitive ed equilibrio emotivo, ma chi patisce maggiormente le conseguenze di un approccio di questo tipo è chi ha bisogno di sostegno, e parliamo di bambini con diagnosi di dislessia, discalculia, forme lievi di autismo o di ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività). Secondo le rilevazioni del MIUR, negli ultimi 10 anni il numero di giovani con queste forme di disabilità è aumentato del 40% circa. Attualmente, 4 alunni su 100 nelle scuole italiane dell’obbligo riportano un deficit di qualche tipo. Una media che sale al 4.3%  (69.021 alunni) nelle scuole primarie (elementari) e si attesta al 4.1% nelle secondarie di primo grado (medie) e al 2.9% in quelle di secondo grado (superiori).

Cosa sta facendo chi Governa per questi ultimi, per i quali la DAD è uno strumento ancora più inappropriato?

Assolutamente niente: vengono ignorati! E’ inevitabile, quindi, che proprio in queste categorie stress, frustrazione, disistima, solitudine e depressione siano in spaventosa crescita. Lo stesso, vale, per altro, per i loro genitori, che sono abbandonati a sé stessi.

Se vogliamo entrare invece un pò più nello specifico, quindi nel cervello dei ragazzi e dei bambini che utilizzano come strumento di apprendimento la didattica a distanza, che cosa é venuto a mancare loro? Mi spiego meglio: per quello che concerne le strutture cerebrali, le aree che si attivano durante l’apprendimento ed il sistema neuronale, a cosa ha dovuto rinunciare il cervello (regredendo) per sopravvivere a questa situazione?

Distribuiti in diverse regioni del cervello, esistono grappoli di cellule celebrali dette neuroni specchio; lo loro funzione è consentire un apprendimento per imitazione; si attivano, infatti, quando osserviamo qualcuno fare un’azione. Proprio grazie a questi “riflettori” interiorizziamo e facciamo nostro ciò che vediamo, semplicemente assistendo a qualcuno che compie un’azione o un insieme di operazioni. In una didattica in cui non esiste la dimostrazione pratica (ed il coinvolgimento emotivo) questa facoltà è assente e quindi la conoscenza risulta sterile e con un impatto poco incisivo.

Un altro tipo di neuroni che vengono “spenti” nel corso della DAD sono i neuroni GPS, che si trovano nell’ippocampo e nel circuito entorinale: si tratta di neuroni che si attivano quando occupiamo una certa posizione nell’ambiente e quando identifichiamo un confine al suo interno (come delle pareti). Originariamente, si pensava che servissero soltanto per orientarsi nello spazio, ma successivamente, ci si è resi conto che svolgono un ruolo cruciale nella memoria autobiografica; in pratica, noi ricordiamo con più facilità un evento (come può essere una lezione) se avviene dentro uno spazio fisico, perché viene “catalogato” nella “cartella” della propria storia personale. Se invece usiamo ambienti virtuali, come Zoom o Meet, questo non accade ed i ricordi sono più labili.

Ricordo due ricerche in merito: Diego Reinero, Susanne Dikker, Jay Van Bavel e altri psicologi della New Jork University, hanno esplorato gli effetti dello studio in piccole “classi” (gruppi di quattro persone) a paragone con lo studio individuale utilizzando una tecnica che consente di registrate simultaneamente l’attività cerebrale (EEG) di ogni partecipante. Gli esiti hanno dimostrato che quando i volontari studiavano assieme si creava una sincronia fra i loro cervelli e le performance erano decisamente superiori a quelle realizzate nella condizione di solitudine. Utilizzando la stessa metodica la stessa Dikker e altri colleghi hanno esaminato il rendimento di una classe di 12 studenti: anche qui è stato rilevato che l’apprendimento in aula in presenza dei compagni era ben più “solido” di quello individuale.

Tre parole per concludere: bambini, ragazzi, solitudine. Cosa mi dici?

Negli adolescenti l’autostima e le risorse per gestire ansia e senso di depressione sono fortemente legati all’opportunità di stare con i propri amici e di condividere con loro esperienze ed emozioni, lo dimostra un’indagine condotta Rachel Narr, Joseph Allen e altri psicologi su un campione di 169 ragazzi dai 15 ai 25 anni.

E’ inevitabile, quindi, che l’isolamento forzato (e vedere i compagni dallo schermo di un PC è come, per un carcerato, guardare la vita scorrere, dalle sbarre di una prigione) procuri pesanti ripercussioni sulla salute psichica in chi si trova in questa fascia d’età. La DAD in questo caso, invece di aiutare, non fa che acuire la consapevolezza della solitudine e della mancanza di contatto con i coetanei.

Un dato confermato da un sondaggio condotto su 3.300 giovani di età compresa tra 13 e 19 anni dal “Center for Promise at America’s Promise Alliance”. Dallo studio (pubblicato a giugno 2020) emerge che più di tre quarti dei giovani (78%) trascorrono quattro o meno ore al giorno nelle “classi virtuali” o facendo i compiti a casa. Allo stesso tempo, i ragazzi sono molto più preoccupati per il presente e per le prospettive future. Ad esempio, il 30% dei giovani afferma di essersi sentito più spesso infelice o depresso e quasi altrettanti affermano di essere in ansia riguardo al normale sostentamento (cibo, un tetto dove dormire, una sicurezza economica). Più di un quarto degli studenti (29%) afferma di non percepire più il contatto con gli insegnanti. Una percentuale analoga lamenta la mancanza di interazione con i compagni e con la comunità scolastica.

Presi insieme, questi risultati suggeriscono che gli studenti stanno vivendo un trauma collettivo. Una conseguenza di questo disagio è stato un significativo aumento del consumo di alcol e cannabis a causa del senso di solitudine, come provato dagli psicologi Tara Dumas, Wendy Ellis e Dana Litt e confermato da altri studi.

Se questi studi riflettono la conseguenza dell’isolamento in America o in altri stati, in Italia la situazione non è meno preoccupante. Stefano Vicari, Ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, in un’intervista a L’Espresso, ha dipinto come drammatica la condizione dei giovani in ‘epoca Covid’. Queste le sue parole: “Si tagliano gli avambracci, le cosce, l’addome. Altri tentano il suicidio. Mi viene in mente una ragazzina di 12 anni che si è buttata dalla finestra che è il modo più usato tra i ragazzi tra i 12 e i 15 anni. Buttarsi dalla finestra o l’ingerimento di un numero congruo di farmaci, a volte si impiccano, eccezionalmente usano armi da fuoco come invece avviene frequentemente in altri paesi come, ad esempio, gli Stati Uniti. Gli adolescenti tendono a emulare quanto vedono sulla rete ed è per questo, probabilmente, che un metodo molto utilizzato in questo periodo è l’assunzione di grandi dosi di tachipirina oppure rastrellano tutti i farmaci che trovano in casa e ingeriscono un mix”.

Analogamente, le dottoresse Antonella Anichini ed Elena Rainò della Neuropsichiatria infantile dell’ospedale Regina Margherita-Città della Salute, hanno riferito: “Se diminuisce il numero degli adolescenti nelle scuole, aumenta quello dei ricoverati nei reparti di pediatria. Dopo essere passati, spesso, per i pronto soccorso per disturbi psichiatrici. Spesso, per tentativi di suicidio”.

A confermarlo sono i fatti, decisamente allarmarti: nel 2020 sono stati registrati 35 ricoveri per tentato suicidio a paragone dei 7 del 2019. Non basta. La cosiddetta ideazione suicidaria, cioè la pianificazione del suicidio è passata dal 10 all’80%. Questi dati e l’esito delle ricerche dovrebbe farci riflettere e comprendere che la DAD per bambini e adolescenti non è un’alternativa alla didattica tradizionale, ma uno stupro delle loro menti.