Abbiamo parlato con uno dei lavoratori “fragili” italiani, il quale ci ha illustrato la situazione in cui si trovano attualmente tutte le persone inserite in questa categoria.

Si tratterebbe di tutti quei lavoratori che hanno delle patologie preesistenti e che quindi, se esposti al Sars-Cov-2, potrebbero avere conseguenze gravi nel caso di infezione da Covid.

Abbiamo chiesto: il significato di “lavoratore fragile” e quali sono le principali problematiche riscontrate dall’avvento delle misure emergenziali Covid. Ma anche cosa si prevede per il futuro più prossimo e che funzione ha l’INPS in questa faccenda.

La risposta

Durante la pandemia Covid-19 alcune categorie di lavoratori, molti invalidi ed assunti con la legge 68/99 sono stati ritenuti più fragili di altri, alcuni perché più soggetti al contagio in quanto immunosoppressi o immunodepressi, altri aventi patologie che li rendono più propensi ad avere un esito infausto se contagiati.

In un primo momento, da marzo 2020 erano state introdotte forme di tutela (art 26 e 26 bis dpcm), in pratica i giorni durante i quali le categorie ritenute fragili dai medici aziendali stavano a casa dal lavoro erano equiparate al ricovero ospedaliero e pertanto non entravano nel comporto dei giorni finiti i quali si incorre nel licenziamento.

La maggior parte è stata dichiarata momentaneamente inabile fino a fine emergenza che a forza di proroghe ora è fissata per il 31 dicembre.

Il problema è che non sono stati modificati i giorni annuali indennizzati dall’INPS, rimasti a 180. Oltretutto se fino al 30 giugno era raccomandato lo smart working dopo quella data rimane l’unica forma di tutela ad oggi in piedi, con scadenza 31 ottobre.

Logicamente non tutti lavorano in ufficio o in luoghi dove è possibile usufruire dello smart working, i lavori in presenza sono la maggioranza e molti di noi lavoratori fragili siamo collaboratori scolastici, autisti di mezzi pubblici, commessi, magazzinieri, operai ecc., tutte persone che nonostante abbiano invalidità anche gravi finché non è subentrata questa maledetta pandemia hanno sempre lavorato e pagato le tasse.

Molte persone non potendo restare senza retribuzione, anche famiglie monoreddito hanno preso la triste decisione di rientrare al lavoro a proprio rischio e pericolo, chiedendo contro il parere del medico aziendale, il reintegro. Alcuni si sono ammalati, ne pagano le conseguenze con un aggravamento del proprio stato di salute già precario. Siamo stati vaccinati per primi, subito dopo gli ultraottantenni ma moltissimi essendo immunodepressi o immunosoppressi non hanno sviluppato alcuna o pochissime difese contro il virus ma non è stato tenuto in alcuna considerazione dal ministero della salute…ora si parla di farci fare anche una terza dose ma se alle prime due non si hanno avuto risposte immunitarie a che serve una terza dose?

Sono stati presentati molteplici emendamenti (anche se ahimè nessuno conteneva un aumento dei giorni pagati dall’INPS) ma non sono mai stati presi in considerazione per “mancanza di risorse ” anche se non si specifica a quali risorse si faccia riferimento, l’ultimo emendamento rigettato solo qualche giorno fa, il 6 settembre.

Siamo persone già penalizzate dalla vita visto lo stato di salute, nonostante questo lavoriamo, contribuiamo e cerchiamo di non pesare su nessuno ma il non essere considerati in una situazione straordinaria di emergenza sanitaria come questa rende questo Paese il primo degli incivili. La grandezza di un Paese si misura nel suo modo di aiutare chi più ne ha bisogno…gli anziani, i bambini ed i disabili pertanto siamo un Paese minuscolo visto che costringe molti nelle mie condizioni a scegliere se morire di fame o di Covid.

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