Intervento al Senato del premio Nobel Carlo Rubbia sui cambiamenti climatici

"Per la prima volta ci accorgiamo di essere di fronte ad un effetto interattivo particolarmente rilevante, che vede l’ambiente da un lato e l’uomo dall’altro"

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Il fisico Carlo Rubbia nell’anno 2007 presenziò al Senato della Repubblica in occasione di un ODG recante il seguito di un’indagine conoscitiva volta ad affrontare i problemi legati ai cambiamenti climatici.

L’ordine del giorno era proposto anche in vista della Conferenza nazionale su energia, ambiente e attuazione del Protocollo di Kyoto.

Al prof., invitato presente assieme alla dottoressa Salmieri, viene detto che la Commissione del Senato ha avviato un’indagine conoscitiva sulle politiche e le misure volte ad affrontare i problemi legati al fenomeno dei cambiamenti climatici, “anche in vista della Conferenza nazionale su energia, ambiente e attuazione del Protocollo di Kyoto, promossa dal Governo, e della Conferenza nazionale sui cambiamenti del clima, preannunciata presso questa stessa Commissione dal ministro Pecoraro Scanio”.

Viene inoltre specificato a Rubbia che il Paese deve cominciare a “parlare di politiche energetiche con una attenzione diversa rispetto ai problemi dell’ambiente e del clima, ciò sia in considerazione del recente rapporto presentato dalle Nazioni Unite, sia alla luce dei numerosi studi che confermano l’esigenza di un intervento non più rinviabile su questa materia”.

“Dovendo approfondire questo tema – dice il Presidente – la prima persona a cui abbiamo pensato è stata proprio lei, professor Rubbia, per il ruolo che lei ha svolto presso l’ENEA in Italia, ma anche per l’esperienza di ricerca che sta portando avanti in Spagna”.

Breve estratto di quanto affermato da Rubbia il 21 febbraio 2007 

“Signor Presidente, rispondo alla sua sollecitazione offrendo una prima serie di considerazioni di carattere generale sulla situazione dei cambiamenti climatici.

Nella storia dell’umanità si è sempre pensato che l’ambiente fosse una cosa e l’individuo un’altra e che le strutture dell’ambiente e del pianeta fossero immutabili di fronte ai cambiamenti apportati dall’uomo.

Oggi, invece, per la prima volta ci accorgiamo di essere di fronte ad un effetto interattivo particolarmente rilevante, che vede l’ambiente da un lato e l’uomo dall’altro. Tale effetto è dovuto essenzialmente alla presenza sul pianeta di un gran numero di individui; oggi infatti si contano circa 6,5 miliardi di persone che vivono sulla terra e ciò rappresenta un impatto che effettivamente il pianeta ha difficoltà ad accettare.

Oggi, nell’ambito dell’IPCC (Intergovernmental panel of climate change), il Comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, cui si è brevemente accennato, sono state considerate le varie cause di questo fenomeno e certamente il suo ultimo rapporto ha dimostrato in maniera indubbia che gli effetti antropogenici sono la causa più probabile del cambiamento climatico.

E’ evidente che su questo ultimo passaggio non c’è un accordo universale, posto che 6,5 miliardi di persone hanno ovviamente in proposito 6,5 miliardi di opinioni diverse; tuttavia è certo che oggi la più elementare prudenza ci suggerisce di presumere la validità delle principali conclusioni dell’IPCC. Infatti, nella situazione attuale, l’esperimento è il pianeta e noi viviamo all’interno della provetta e quindi non possiamo permetterci il lusso di correre rischi eccessivi.

Molti gas contribuiscono all’effetto serra, ma certamente il primo di tutti è l’anidride carbonica, seguito dal gas naturale, che è di quantità inferiore ed ha una durata più breve, ma che è di due ordini di grandezza più efficace per il cambiamento climatico. Queste sono le componenti non uniche, ma certamente dominanti.

Se mi è permesso, vorrei ora descrivere brevemente che cosa succede quando si brucia un blocco di carbone del peso di un chilo: oltre all’energia termica sviluppata dalla combustione e presumibilmente utilizzata ai fini previsti, viene liberata anche una certa quantità di CO2, che a sua volta intrappola la luce solare a causa dell’effetto serra. Forse non tutti sanno che il calore accumulato, dovuto all’effetto del CO2, è di 100 volte superiore al calore sviluppato nella combustione.

Ci troviamo quindi di fronte ad un vero e proprio moltiplicatore dell’effetto calorico nel pianeta; intendo dire che utilizzando una quantità uno di calore, ovvero il pezzo di carbone che abbiamo bruciato, in realtà abbiamo caricato il nostro pianeta di un fattore cento volte maggiore, dovuto all’effetto indiretto della luce solare. Ciò spiega perché l’effetto serra sia così preoccupante e condizioni tanto pesantemente il clima del pianeta.

La seconda domanda importante e fondamentale riguarda i tempi di durata degli effetti del CO2. Le stime attuali parlano di un periodo tra 1000 e 2000 anni necessario per riassorbire la concentrazione di CO2 essenzialmente attraverso la carbonizzazione, ovvero la formazione di carbonati all’interno della materia e nelle profondità dei fondali marini.

Va quindi rilevato incidentalmente che solo la metà di CO2, ad esempio, sprigionato nell’incendio di Roma ai tempi di Nerone è ancora presente nell’atmosfera. Tanto per intenderci, ci stiamo riferendo a ordini temporali che ci portano a subire oggi le conseguenze di quello che è successo nell’antica Roma. Ciò significa che l’accumulo del CO2 persiste per periodi molto lunghi e quindi la concentrazione finale è proporzionale non all’intensità, ma alla quantità complessiva delle emissioni prodotte dall’epoca dei romani fino ad oggi.

Da questo punto di vista, quindi, non è rilevante tanto la velocità di accumulo, ma la quantità totale. Ne consegue che, se pure le misure previste dal Protocollo di Kyoto tese a modificare la velocità di accumulo fossero integralmente applicate, produrrebbero solo un ritardo di appena sette anni nel processo di accumulazione delle emissioni. Ben più serie azioni sono quindi necessarie per introdurre un controllo duraturo della concentrazione del CO2.

Anche se i Paesi più avanzati fossero in grado di eliminare le emissioni di CO2, resteranno comunque dei Paesi in via di sviluppo che continueranno a produrlo, anche se più lentamente, ad esempio bruciando il carbone, materiale di cui esistono ancora vaste risorse: si pensi, ad esempio, all’India o ad altri Paesi con simili caratteristiche.

Si produrrà comunque un cambiamento climatico considerevole pur se le immissioni di CO2 proverranno solamente dalla nicchia di Paesi poco sviluppati, anche se presumibilmente in un arco di tempo ben più lungo.

E’ evidente che il carbone bruciato nei Paesi in via di sviluppo produce lo stesso effetto di quello bruciato nei Paesi più sviluppati; non conta chi lo brucia, ma la quantità di carbone effettivamente bruciata.

La terza domanda che occorre porsi, signor Presidente, riguarda la frazione di CO2 emesso che rimane effettivamente nell’atmosfera. Al momento attuale, tale valore è pari a circa il 50 per cento. Dunque solo la metà delle emissioni fossili finiscono nell’atmosfera, mentre la parte restante è catturata dai vegetali e dalle alghe presenti negli oceani. Si presume che tale rapporto rimanga tale anche nel caso in cui la quantità di immissioni divenisse molto più grande, ma questa è, per il momento, soltanto un’assunzione ottimistica.

Delle recenti misurazioni compiute in Svizzera hanno infatti dimostrato che, riempiendo di anidride carbonica un volume dato in cui sono contenuti degli alberi, all’aumentare della anidride carbonica non aumenta la capacità di assorbimento da parte delle piante. Essendo le piante voraci di anidride carbonica, si potrebbe pensare che, per fare un esempio, chiudendo le piante all’interno di un contenitore in cui si immette molta anidride carbonica, esse possano assorbirla in misura maggiore. Così però non è: l’anidride carbonica assorbita è già saturata oggi. Dunque in caso di grandi aumenti di emissioni di anidride carbonica è questionabile che rimanga invariato il rapporto tra l’anidride carbonica assorbita e quella che rimane nell’atmosfera.

Vorrei fare qualche accenno anche ad alcuni ulteriori problemi. Si sostiene normalmente nell’IPCC che ci sia una linearità nel rapporto tra il CO2 accumulato e i cambiamenti climatici prodotti: dunque se raddoppiamo la quantità di CO2 raddoppierebbero anche i mutamenti climatici.

Questo non è vero, perché occorre considerare una serie di cambiamenti addizionali nel mare e nell’ambiente che comportano un effetto moltiplicatore. Ad esempio, l’aumento della temperatura nelle zone artiche può trasformare il permafrost ghiacciato in acqua, liberando così grandissime quantità di gas naturale nell’atmosfera, il che moltiplica massivamente l’effetto serra a causa del metano.

Quando a causa del riscaldamento il ghiaccio si trasforma in acqua, si creano delle bollicine di gas naturale che escono attraverso il permafrost e vanno a finire nell’atmosfera. Ciò amplifica ed aumenta considerevolmente il fenomeno dell’effetto serra, a seguito della trasformazione di un solido in un liquido. Inoltre l’IPCC si è limitato ad analizzare soprattutto i problemi legati all’atmosfera, ma i fenomeni del cambiamento climatico si estenderanno anche alle terre e, soprattutto, ai mari. Questi fenomeni sono più lenti, ma continuerebbero ad aumentare anche se le emissioni di CO2 venissero arrestate oggi.

E’ molto difficile predire con precisione, nel momento attuale, cosa ci si possa attendere e se ci saranno effetti molto più gravi del semplice, e scontato, aumento del livello delle acque.

Un effetto molto importante potrebbe essere legato alle correnti marine. Sappiamo, ad esempio, che la corrente del Golfo ha modificato la sua direzione, da Nord a Sud, periodicamente nel corso della storia della terra. Potrebbe accadere che, avendo la Groenlandia perso parte della sua capacità di produrre ghiaccio, la corrente del Golfo venga profondamente modificata, mutando la sua direzione e cambiando cosı` completamente il clima di alcuni Paesi, come ad esempio l’Inghilterra.

Si tratta di cambiamenti importanti, che comportano un effetto moltiplicatore che modifica il rapporto lineare tra immissioni di CO2 e temperature medie più elevate.

Per quanto riguarda il mar Mediterraneo, inoltre, sono da temere particolarmente due effetti che si aggiungono all’analisi dell’IPCC. Il primo si riferisce alla progressiva desertificazione, e alla conseguente mancanza di acqua, dovuta allo spostamento verso Nord dell’anticiclone delle Azzorre. Esso delimita la zona in cui le acque, provenienti dal mare, sono deviate lontano dal deserto del Sahara. Uno spostamento verso il Nord dell’anticiclone delle Azzorre modificherebbe la separazione tra la zona desertica (quella sahariana) e le zone che hanno oggi un clima accettabile (quelle del Sud dell’Italia e della Spagna). Lo spostamento verso Nord dell’anticiclone delle Azzorre, dunque, sostituirà le condizioni climatiche tipiche della zona africana alle condizioni climatiche tipiche del Sud del nostro Paese.

Molto importanti sono anche le conseguenze del cambiamento climatico sulla flora, sulla fauna e sull’agricoltura. Si potrebbe verificare, infatti, una progressiva desertificazione e una forte deforestazione nel nostro Paese. Dobbiamo dunque aspettarci in Italia una desertificazione e una deforestazione progressive, dovute allo spostamento verso Nord della linea di demarcazione che al momento separa il clima arido delle zone sahariane e quelle umide dell’Europa del Sud.

Ritengo ora ragionevole concludere il mio intervento e lasciare spazio alle eventuali domande che mi vorrete rivolgere”.

https://www.senato.it/documenti/repository/commissioni/stenografici/15/comm13/13a-20070221-IC-0303.pdf#page=4

https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/file/repository/commissioni/stenografici/17/congiunte/3a-XIII-III-XIII-20141126_BOZZA.pdf

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