Il 6 luglio il senatore Armando Siri (Lega) presenta un interrogazione al ministro della salute Roberto Speranza inerente il caso di un paziente immunizzato e donatore di plasma, ma che però non é in grado di sapere se può ricevere il certificato Covid, il cosiddetto “Green pass”.

Questo paziente a febbraio 2020 era stato tra i primi ad essere contagiato dal Sars-Cov-2. Scrive il senatore che al momento dell’infezione era un “uomo sportivo, non fumatore e senza malattie pregresse”, ma che il giorno 1 marzo 2020 è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Niguarda di Milano, con una diagnosi addirittura di doppia polmonite interstiziale da Covid-19.

Questa persona é stata quindi addormentata e collegata alle macchine per quasi due settimane e, nonostante siano stati compromessi reni e fegato, é tornato sano e salvo a casa sua.

Successivamente il signore si é messo a disposizione della comunità scientifica affinché si potesse analizzare il suo caso per aiutare la ricerca medica. L’uomo ha così donato anche il plasma, che ha un livello altissimo di anticorpi, tanto é vero che i medici gli hanno detto di aspettare prima di inocularsi il vaccino Covid.

Scrive dunque Siri: “Eppure, a fronte di tutto ciò, i test sierologici non sono validi per ottenere il Green Pass”.

Segue l’interrogazione integrale di Armando Siri al ministro della salute Roberto Speranza

Atto n. 4-05753

Pubblicato il 6 luglio 2021, nella seduta n. 342

SIRI – Al Ministro della salute. –

Premesso che a quanto risulta all’interrogante:

un caso emblematico vede coinvolto M. M. M., ingegnere di anni 52 di Milano, che lo scorso febbraio 2020 è stato tra i primi ad essere contagiato dal COVID. Uomo sportivo, non fumatore e senza malattie pregresse, M. il 1° marzo 2020 è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Niguarda di Milano, con diagnosi di doppia polmonite interstiziale da COVID-19, addormentato e collegato alle macchine per quasi due settimane, ha lottato inconsapevolmente tra la vita e la morte;

purtroppo l’intubazione gli ha compromesso la salute dei reni e del fegato, ma nonostante tutto è riuscito a guarire. Dopo questa difficile avventura, M. decide di sottoporsi ad ogni esame utile, affinché la comunità scientifica potesse analizzare il suo caso al fine di poter aiutare la ricerca medica;

e così, ha donato il plasma perché ricco di anticorpi utili per salvare la vita di tante altre persone. A distanza di oltre un anno, M. ha ancora un livello altissimo di anticorpi nel sangue ed i medici gli hanno ragionevolmente suggerito di attendere prima di sottoporsi all’iniezione vaccinale;

eppure, a fronte di tutto ciò, i test sierologici non sono validi per ottenere il “Green Pass”;

in realtà, la circolare del Ministero della salute del 3 marzo 2021, recante “Vaccinazione dei soggetti che hanno avuto un’infezione da Sars-CoV-2”, parla chiaro: chi è guarito da COVID può vaccinarsi dopo 3 mesi dalla fine dell’isolamento, ed entro 6 mesi, con una dose. Se una persona è guarita da più di 6 mesi riceverà due dosi. Ma, a quanto risulta, effettuare il test sierologico prima della vaccinazione, sottolinea la circolare, è inutile;

e ancora: «È possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino nei soggetti con pregressa infezione (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa» si legge nel documento. Questa regola vale per tutte le persone dai 12 anni in su. Fanno eccezione i soggetti fragili, che presentino condizioni di immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici, spiega il Ministero;

riguardo al test sierologico, molti guariti lo fanno prima di vaccinarsi, ma sembrerebbe si tratti di una pratica inutile. «Come da indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’esecuzione di test sierologici volti a individuare la positività anticorpale nei confronti del virus o di altro tipo di test, non è raccomandata ai fini del processo decisionale vaccinale» chiarisce la circolare. Il vaccino non fa che potenziare la risposta immunitaria che si è sviluppata con l’infezione, dunque è raccomandato a chiunque si sia ammalato. Tanto più in presenza di nuove varianti estremamente trasmissibili. L’unica raccomandazione è appunto quella di aspettare tre mesi dalla fine dell’infezione, con tampone negativo dal momento che non esiste in Italia un test sierologico standardizzato, quindi i laboratori possono utilizzare varie tecniche e se una persona ripetesse l’esame, probabilmente, otterrebbe risultati diversi;

a ben vedere, tutto ciò ha delle ragionevoli e gravissime contradictio in terminis, che pongono in forte stato confusionale ed imbarazzo non soltanto la popolazione ma, anche, la comunità medico-scientifica chiamata a rispondere in maniera puntuale alle necessità sanitarie;

a tal riguardo, si segnala uno Studio condotto dall’Università di Washington, che ha individuato un tipo di cellule immunitarie di lunga durata nel midollo osseo dei pazienti guariti da COVID-19, capaci di produrre anticorpi neutralizzanti diretti contro Sars-Cov-2 e ancora attive a 11 mesi dalla guarigione. Una scoperta, descritta sulle pagine della rivista “Nature”, che lascia sperare che l’immunità contro il virus (anche quella indotta dai vaccini) abbia un orizzonte temporale molto più lungo di quanto temuto fino a oggi: anni, se non il resto della vita, contro i pochi mesi su cui si basano le attuali raccomandazioni per i guariti. Se confermata, sarebbe davvero un’ottima notizia: un’immunità duratura contro il virus sgombrerebbe infatti il campo dai timori di una pandemia destinata a durare ancora anni, di rigurgiti epidemici stagionali e forse anche dalla necessità di richiami annuali del vaccino,

si chiede di sapere, alla luce delle osservazioni esposte in premessa, quali iniziative urgenti il Ministro in indirizzo intenda adottare al fine di fare chiarezza sul punto, eliminando gravissime confusioni scientifiche contenute nelle linee guida sanitarie, per garantire chi, a ragione delle proprie vicissitudini personali, avrebbe già una pronta risposta immunitaria necessaria per far fronte alle possibili situazioni di pericolo, senza doversi sottoporre ulteriormente a stress psico-fisici da vaccinazione, utili, soltanto, a colmare un vuoto medico-scientifico a scapito della salute dei singoli. Tanto, per garantire il diritto ad ottenere il riconoscimento del cosiddetto Green Pass e, quindi, della libera e sicura circolazione dei cittadini.

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=18&id=1300971

https://www.senato.it/loc/link.asp?leg=18&tipodoc=sanasen&id=32715