I dan possono essere onoreficenze ad vitam?

Da M° Ciro Varone

Quando mi capita di parlare con altri colleghi e maestri di arti marziali, tutti concordano sul fatto che ormai la fatidica cintura nera ha perso buona parte del suo fascino e della sua valenza, ma allora i dan possono essere onoreficenze ad vitam?

Siamo quasi sempre unanimi nello stabilire che alcuni valori stiano andando sempre più pericolosamente alla deriva.

Oggi diventa sempre più difficile stabilire con lo stesso metodo parametri e metodi di misura, per riportare la “nave” sulla giusta rotta.

I primi sistemi di grado e di certificazione

Alle origini delle arti marziali, di matrice asiatica, non esisteva il problema di categorizzate i propri allievi con qualifiche e cinture.

A quei tempi le arti marziali venivano insegnate esclusivamente all’interno di nuclei familiari, per cui non c’era l’esigenza di codificare metodi, programmi, e naturalmente, stabilire esami di cintura.

La vera e unica classificazione valida era il confronto con sé stessi e con l’avversario, che di volta in volta ci si trovava ad affrontare, e a mio parere l’unico vero metro di giudizio equo, realistico e applicabile.

Il karate di Okinawa una volta giunto in Giappone si insedió all’interno delle scuole e delle università.

Per ovvie ragioni vennero escogitati dei sistemi di graduazione molto simili ai gradi militari. Assomigliava un po’ tutto al curriculum di studio scolastico.

Si indicavano cosi i livelli di “istruzione” tecnico/marziale, e si ponevano le basi per la creazione di una didattica d’insegnamento. Ma quest’ultima era più volta a certificare crediti, che a far maturare gli allievi.

In tal modo si stabilirono programmi ed esami di grado che dovevano classificare livelli di conoscenza tecnica.

Tale innovazione fu per me anche il primo passo verso una sopravvalutazione del “grado”.

Oggi troppo spesso questo sistema viene usato:

  • per sviluppare un’immagine di prestigio,
  • come metro di giudizio utile ad accertare il tempo di pratica,
  • come metro di giudizio per accertare il livello tecnico raggiunto dai praticanti.

Per cui, come spesso accade, una buona intenzione nata per rendere più facile e misurabile un certo tipo di formazione, oggi si è trasformata in pubblicità per raccogliere titoli.

Il valore dei “dan”

Molti maestri, che hanno anche meritato il loro grado, con lo scorrere degli anni si sono distratti o arresi alla pigrizia, così facendo però continuano a fregiarsi tutti i giorni del “grado” disonorandolo, proprio perché non praticano più.

L’esame di karatedo, così come anticamente concepito, era un metodo per verificare la relazione reale e la potenzialità dei candidati.

Il vero problema attuale è che molti praticanti, una volta acquisito il grado di 1°-2°-3° dan anche attraverso gli esami, poi con saltelli e balzi federali ricevono gli alti gradi 5°-6°-7°-8° Dan.

Anche quando i candidati nel migliore dei casi si presentano per sostenere l’esame, è importante che coloro i quali vengono chiamati a giudicare gli esaminandi abbiano raggiunto un alto livello tecnico.

Inoltre che il loro livello sia stato a sua volta certificato da altri maestri preparati e di indubbia moralità.

Se all’interno della commissione giudicatrice vi è anche un solo giudice esaminatore non degno di fiducia, tale commissione sarà priva di credibilità e competenza, dunque il loro verdetto, anche se avvallato da una federazione, non avrà alcun valore tecnico e morale

Conclusioni

I maestri che hanno raggiunto un certo livello devono far conoscere la loro ricerca, diffondere la conoscenza derivata dalla loro esperienza attiva di continua pratica.

Se così non fosse quale importanza potrebbe avere un grado di 7°-8° dan?

La cosa peggiore dunque che possa capitare ad un maestro di un certo livello è proprio quella di perdere l’entusiasmo di praticare, magari portandosi in questo percorso “chiuso” gli allievi migliori.

Ciro Varone

ITALIAN TRIBUNE
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