Con la cura domiciliare contro il Covid i ricoveri scendono al 2%. I giorni di degenza al -90%

"Pensiamo invece che intervenire al primo sintomo sia importante per evitare l'evoluzione verso una cosa che gli inglesi chiamano 'hyper inflamation', che vuol dire eccesso d'infiammazione, alla quale segue poi un eccesso di risposta immune..."

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Con la cura domiciliare contro il Covid i ricoveri scendono al 2%. I giorni di degenza al -90%

Arriva finalmente uno studio che mette a confronto pazienti curati secondo le linee guida ufficiali di Aifa e Ministero della Salute (vigile attesa, paracetamolo, etc.) e pazienti curati secondo un altro metodo messo a punto da Remuzzi (Istituto Mario Negri) e Suter (Ospedale di Bergamo).

Prima di passare ad una panoramica dello studio che, per il momento, è stato diffuso in ‘pre print‘, riportiamo alcune parole del Direttore dell’Istituto Mario Negri, espresse in alcune trasmissioni televisive.

Il prof. Remuzzi, intervenuto pochi giorni fa a ‘Stasera Italia‘, ha spiegato perché è importante non “perdere” i primi giorni dell’infezione di Covid-19, anche prima della comparsa dei sintomi. “Il virus si moltiplica nei primi giorni – dice il Direttore del Mario Negri – dopo un periodo in cui non ci sono sintomi, ma il virus c’è già nel nostro organismo, si moltiplica un pochino, poi si moltiplica nei primi 6/8/10 giorni quando di solito non si faceva niente. Allora noi pensiamo invece che intervenire al primo sintomo sia importante per evitare l’evoluzione verso una cosa che gli inglesi chiamano ‘hyper inflamation’, che vuol dire eccesso d’infiammazione, alla quale segue poi un eccesso di risposta immune, ed è l’infiammazione e la risposta immune che creano danni a tutti gli organi (non soltanto ai polmoni), quando il virus in realtà non si moltiplica più all’interno del nostro organismo. Allora non vogliamo perdere i primi 10 giorni”.

Un intervento analogo Remuzzi lo ha fatto anche alla trasmissione ‘Di martedì’ (sempre pochi giorni fa), dove ha affermato: “Bisogna prendere subito l’antinfiammatorio prima di sapere che è Covid. Potrebbe essere un’influenza o un altro virus. Alla fine impediamo che l’infiammazione diventi difficile da controllare. Per somministrare il cortisone, serve aspettare il momento giusto…alla fine faremmo delle cose talmente semplici che faremmo comunque se uno non avesse questa paura del Covid”.

La cura domiciliare di Remuzzi/Suter

La soluzione domiciliare sviluppata dal direttore dell’Istituto Farmacologico Mario Negri, professor Giuseppe Remuzzi, e dall’ex primario di malattie infettive all’Ospedale di Bergamo, professor Fredy Suter, ha messo a confronto 90 pazienti curati con questa metodologia, con altri 90 pazienti che sono stati invece seguiti con le linee guida ufficiali di AIFA e del Ministero della Salute (la famosa vigile attesa, paracetamolo, etc.).

Grazie a questo metodo i ricoveri possono scendere al 2% (oggi sono circa il 12%), infatti dei pazienti trattati con questo approccio, 2 soli sono stati ricoverati in ospedale, mentre 13 sono stati i ricoveri dell’altro gruppo. “E abbiamo ridotto del 90% i giorni totali di ospedalizzazione (44 invece di 481), e i costi per il sistema sanitario (28.000 euro invece di 296.000)”, spiega Remuzzi.

“Abbiamo voluto condividere subito i dati raccolti, così da stimolare la comunità scientifica a discuterli e a effettuare altri studi. Se durante una situazione di emergenza si dovesse aspettare, prima di muoversi, una pubblicazione ufficiale, si perderebbero moltissimi malati…Nell’evoluzione della malattia – afferma il medico, come riportato dal quotidiano La Repubblica – sono cruciali i 10 giorni in cui il virus si moltiplica, che iniziano ancora prima dei sintomi. La moltiplicazione ha un picco dopo 6 giorni, poi scende nei 3-4 giorni successivi, e infine il virus si distribuisce in tutto l’organismo ma smette di moltiplicarsi. Quei 10 giorni cruciali – continua il professore – sono proprio il periodo che si perde se si assumono solo antifebbrili in attesa del tampone, per poi passare a trattamenti specifici con antivirali, cortisone o altri farmaci dopo il risultato del test”.

I farmaci scelti sono stati gli antinfiammatori, il celecoxib e nimesulide, oppure aspirina per i soggetti intolleranti. Il ricercatore ha poi illustrato che aspettavano “6-8 giorni, con 4-5 esami a casa del paziente, per avere un’idea della situazione infiammatoria: se si ravvisano segni di infiammazione o di attivazione della coagulazione, il nostro approccio prevede che il medico prescriva cortisone o, eventualmente, eparina”.

“Celecoxib e nimesulide possono inibire il passaggio dalla malattia all’eccesso di infiammazione che segue la moltiplicazione del virus” – dichiara Remuzzi – che ricorda anche altri due studi: uno dove viene suggerito che “chi è trattato con l’aspirina abbia meno probabilità di andare in terapia intensiva e di essere intubato”, ed un altro dove viene mostrato che “l’aspirina potrebbe rendere difficile l’ingresso del virus nelle cellule”.

Il Direttore del Mario Negri poi fa sapere di non essere meravigliato se il metodo non venga ancora raccomandato dalle istituzioni, anche perché “non ha ancora la solidità necessaria” ed il Ministero “non si può muovere sulla base di un’evidenza non definitiva”.

Viene inoltre ricordato che si sta procedendo con un altro studio, coordinato con l’ospedale di Negrar, per valutare l’efficacia dell’ivermectina.

Nel frattempo circa 30 medici (Lombardia, Veneto e Abruzzo) seguono questo protocollo ed “hanno avuto, con diverse centinaia di pazienti, percentuali di ricovero sempre bassissime, intorno al 2%”, afferma spiega Fredy Suter.

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